Perché l’uomo crede in Dio?

Perché l’uomo crede in Dio?

di Fondazione Dominato Leonense

14 dicembre 2011

Incontro del 14 dicembre 2011.
Relatore: Mons. Giacomo Canobbio, Teologo Diocesi di Brescia

Perché l’uomo crede in Dio? E’ una domanda che fa tremare i polsi ma che è d’obbligo porsi.

Esistono differenti risposte a questa domanda e una di queste è che la questione oggi non ha senso perché in questa società Dio non è più una cosa ovvia.E perché non è più cosa ovvia?

Giacomo CanobbioPer poter capire perché molti nostri contemporanei non credono più bisogna capire la differenza tra scoperta e invenzione.
La scoperta può essere definita come un qualcosa che esiste e che viene portata alla luce da qualcuno mentre l’invenzione è un qualcosa che non esiste e che è il frutto di una serie di conoscenze che la mente umana riesce ad elaborare.

La mentalità tecnica fa i conti con ciò che le funzioni umane riescono a costruire. Questo fatto purtroppo si è trasportato anche nelle relazioni umane: se la persona non è secondo le aspettative la elimino (come si fa per gli oggetti). Si utilizzano le cose così come sono state elaborate.
La tecnica è figlia della scienza, la quale procede per modelli costruiti in base alle esperienze compiute. Queste esperienze valgono fino a quando il modello è regolare, e poi viene sostituito.

Questo modo di procedere giustifica questo atteggiamento e dato che la scienza e la tecnica procedono e si sviluppano giorno dopo giorno, quello che era vero tempo fa non è più vero oggi.
Si sente sempre di più dire infatti “ma tu credi ancora a queste cose?” sottintendendo che cose vere una volta ora non sono più vere.

Se facciamo un passo indietro possiamo dire che il percorso del sapere Luce Dioumano si sviluppa in tre tappe:
• stadio teologico: è lo stadio in cui si vede l’intervento di figure divine (ad esempio nell’antichità il Dio Vulcano, Giove, ecc..)
• stadio metafisico: è lo stadio adolescenziale, con mille domande, quesiti, ecc..;
• età adulta: non è più necessario conoscere le cause delle cose.
Così la questione storica di Dio è superata, non c’è tempo per Dio quando si è adulti.

“Chi crede a Dio è rimasto bambino”, “La fede è propria di chi non usa il cervello!” o ancora “La fede non si fonda sulla ragione” sono frasi che sentiamo spesso dire.
La ragione è costruita sulla base della concezione empirica e la persona adulta ritiene che Dio venga “usato” per “sognare” una situazione migliore.
Per Freud, ad esempio, Dio è il “prodotto” di un bisogno delle persone che necessitano di essere rassicurate.

Tutto può essere messo in discussione, ma sempre più spesso si giunge alla conclusione “Dio non c’è”. E questo è un paradosso.
Partiamo ora proprio da questo paradosso.
Da dove partire per dimostrare che forse è vera l’esistenza di Dio? Esiste un desiderio ma non esistono parole per definirlo. Ma perché dentro di noi esiste questo desiderio? Quando un desiderio viene appagato, fisiologicamente ne nasce un altro.

Ogni realizzazione di desiderio immediato è caduco: se bevo ad esempio un bicchiere d’acqua soddisfo quel bisogno, ma dopo due ore nasce di nuovo.
Esiste un desiderio più grande? Sì, ed è Dio.
Quand’è che è iniziato questo desiderio nelle persone? L’hanno forse trovato dentro di sé? Perché gli umani hanno bisogno di trovare in Dio un appiglio?
Di desiderio in desiderio arriviamo a giustificare, secondo St.Exupery, la nostalgia di qualcosa che nella nostra vita non ci è mai dato in forma definitiva.
Il desiderio è dunque una malattia o la molla della nostra esistenza?

Oggi nelle persone c’è un ritorno del senso religioso: di fatto in un mondo dove si è costretti da ritmi insostenibili nasce il desiderio di libertà. Qual è dunque il modo per uscire da questo mondo insostenibile? Il rischio è quello che ognuno si costruisca il proprio dio, a propria immagine e sulla base delle proprie necessità.
Credere in Dio dunque non significa essere bambini, ma al contrario è diventare adulti.

Ma Dio esiste o no? La risposta di Don Agostino Canesi era sempre la stessa: “Dimostrati che non esiste!”
Per vedere e dimostrare una realtà è necessario pensare e non fermarsi dove la constatazione empirica dimostrerebbe la non esistenza.
Il vento, ad esempio, non lo vediamo e per coglierne la sua esistenza dobbiamo vedere le foglie muoversi.

La fede è dunque l’atto, la scelta di chi ha gli occhi aperti che vedono con maggiore profondità la realtà.
Un percorso, ovvero il desiderio umano innegabile frutto di un desiderio.
La fede è aprire gli occhi a ciò che non è a tua misura ma che, nonostante tutto, ti coinvolge.

La fede in ogni caso apre alla ragione: Dio è luce così forte che non posso guardare, è forza che non posso contenere. Ma allora: Dio rimpicciolisce o rende più grandi?
I bambini non riescono ad esprimere concetti elaborati perché non hanno ancora acquisito i fondamenti del linguaggio per poterlo fare. La fede ci permette di esprimere ciò che abbiamo elaborato dalle nostre emozioni interne e dai nostri desideri.

Come diceva Sant’Agostino: “La vita cristiana è la ginnastica del desiderio.”

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