Il Monastero di San Benedetto


Durante l’epoca longobarda nel territorio bresciano
, oltre al grande monastero di San Salvatore (ora Santa Giulia)  a Brescia, nella bassa pianura orientale sorgeva il monastero di San Benedetto di Leno. Questo centro si collegvaa direttamente al cenobio di Montecassino da dove, su richiesta di re Desiderio, nel 758 d. C. partì una colonia di 12 monaci, guidati dall’abate Ermoaldo.

urnaCosì, questo drappello di religiosi si stabilì nell’abbazia lenese, sorta dove lo stesso Desiderio in precedenza aveva fondato una chiesa dedicata al Salvatore, alla Vergine e all’arcangelo Michele.

A vent’anni dalla sua fondazione, il monastero di Leno registrava uno sviluppo straordinario e la sua comunità contava già più cento membri.

Il grande prestigio religioso della comunità di Leno trova senz’altro conferma nello stretto legame con Montecassino, da dove Desiderio era riuscito a farsi mandare anche le preziose reliquie di San Benedetto. Il monastero bresciano custodiva inoltre le reliquie dei Santi Vitale e Marziale.

A partire dal 1100 si susseguirono numerosi saccheggi e incendi, dovuti alle lotte per il potere fra l’abbazia e i signori e i vassalli.

Un grande impegno nella direzione del ripristino degli edifici monastici danneggiati si registrò sotto l’abbaziato di Gonterio alla fine del XII secolo il quale, insieme al restauro edilizio del cenobio, volle anche il rilancio del prestigio del monastero su tutti i fronti.

Nell’anno 1200, a coronamento dell’opera di ricostruzione della chiesa abbaziale, egli fece scolpire sulla lunetta del portale della chiesa abbaziale una singolare iscrizione in cui chiariva il significato ‘etimologico’ del termine lenenses attribuito agli abitanti del “territorium abbatie” che – a suo dire – non derivava dalla parola «lenones» come volevano i suoi detrattori, ma dalla presenza di due “leones” di pietra davanti alla chiesa abbaziale; collocazione che venne ripristinata in quella medesima circostanza.

Il nuovo secolo, tuttavia, non riuscì a restituire l’antico splendore al potente monastero rurale bresciano che per lungo tempo croce2– al pari di Santa Giulia e di Nonantola – aveva visto pregare e lavorare nei suoi chiostri anche più di cento monaci tutti insieme, ma dove l’influenza politica ed economica era ormai passata nelle mani dei signori feudali che di fatto lo dominavano.

Nel 1479 viene così introdotta la commenda, ossia il sistema escogitato alla fine del medioevo per risollevare un monastero in difficoltà o decaduto affidandolo ad un prelato estraneo all’ordine monastico, il quale non risiedeva in monastero e, talvolta, traeva profitto dal patrimonio dell’abbazia.

Dopo due secoli di lento decadimento, nel 1783 il Senato di Venezia autorizza la demolizione degli ambienti del monastero.

L’area fu quindi acquistata dalla famiglia dell’avvocato Dossi di Brescia, che vi fece costruire una lussuosa residenza che potesse accogliere la sua numerosa famiglia.

 

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